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Copertina di Aotearoa: venti giorni di strada, pioggia e arcobaleni: Auckland · Rotorua · Ohakune · Wellington · Kaikoura · Christchurch · Lake Tekapo · Queenstown · Franz Josef · Punakaiki
Diario di viaggio

Aotearoa: venti giorni di strada, pioggia e arcobaleni

Da Pechino alla Nuova Zelanda, con una seconda possibilità per le balene di Kaikōura

Auckland · Rotorua · Ohakune · Wellington · Kaikoura · Christchurch · Lake Tekapo · Queenstown · Franz Josef · Punakaiki
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Un racconto diElettra

Prima di partire

Il giorno in cui dovevamo uscire in barca a cercare le balene, a Kaikōura pioveva così forte che la gita è stata cancellata. Mi è dispiaciuto parecchio. Eravamo dall’altra parte del mondo e non sapevo se ci sarebbe stata un’altra occasione. Alla fine abbiamo cambiato strada e ci siamo tornati: è stata una delle giornate che ricordo meglio. Questo viaggio è andato spesso così. Prima ancora di arrivare in Nuova Zelanda ci siamo fermati a Pechino. Poi Auckland, le felci del Coromandel, il terreno che fuma a Rotorua, il Tongariro, il traghetto per l’Isola del Sud. Abbiamo guidato sotto la pioggia verso Tekapo e il mattino dopo ci siamo svegliati con la neve. Abbiamo visto uccelli dai nomi nuovi, laghi di colori difficili da credere e un arcobaleno a Milford Sound. In mezzo, supermercati, chilometri di macchina, cene improvvisate e qualche programma saltato. Non voglio raccontare Aotearoa come un elenco di paesaggi perfetti. Qui ci sono anche la stanchezza della strada, le cose che non siamo riusciti a fare e le opinioni che mi sono fatta camminando, guardando e parlando con le persone. È il modo più fedele che conosco per ricordare quelle tre settimane.

Il racconto

Una storia in movimento

Luoghi, impressioni e fotografie nell’ordine in cui sono accaduti.

Giorno 01

Il viaggio verso la Nuova Zelanda comincia con uno scalo a Pechino che scalo non sembra affatto: raggiungiamo Piazza Tiananmen, la Città Proibita e il parco Jingshan. È una giornata piena, infilata fra due voli molto lunghi.

Atterrare a Pechino. La Nuova Zelanda è ancora lontana quando arriviamo a Pechino. Abbiamo davanti una giornata in città prima del volo successivo, e l’idea di restare soltanto in aeroporto non ci sfiora. La stanchezza del viaggio c’è, ma anche la curiosità di vedere almeno un pezzo di una città che meriterebbe molto più tempo.

Piazza Tiananmen. Entriamo nella grande Piazza Tiananmen e per un momento mi colpisce soprattutto la scala: gli spazi sono enormi e noi li attraversiamo sapendo che questa non è la destinazione principale del viaggio. Mi sembra quasi ingiusto dedicarle così poche ore, ma è anche il bello inatteso di una sosta che è diventata una giornata vera.

I cortili della Città Proibita. Nella Città Proibita passiamo da un cortile all’altro, cercando di seguire il complesso senza ridurlo a una fotografia della prima porta. Più camminiamo, più capisco che una visita veloce può dare soltanto un assaggio. Non faccio finta di aver conosciuto Pechino in un giorno; sono contenta, però, di averci messo piede.

Pechino dall’alto. Dal parco Jingshan guardiamo dall’alto la città storica e i cortili che abbiamo appena attraversato. È il momento in cui riesco finalmente a vedere insieme ciò che a piedi sembrava non finire mai. Poi bisogna tornare al viaggio verso Auckland: il nostro piccolo capitolo cinese si chiude quasi prima di essere cominciato.

Giorno 02

Dopo Pechino arriviamo in Nuova Zelanda. La prima giornata è soprattutto atterraggio, orientamento e una cena semplice: un kebab. Lo scrivo perché anche i viaggi più attesi cominciano spesso così, cercando un posto dove mangiare prima di crollare.

Mettere piede in Nuova Zelanda. Atterriamo ad Auckland dopo un viaggio che è sembrato lunghissimo, con Pechino ancora in testa. Per ora non cerco grandi rivelazioni sul Paese: devo capire dove siamo, raccogliere le energie e abituarmi all’idea che siamo davvero dall’altra parte del mondo. L’esplorazione comincerà domani.

La prima cena: un kebab. La prima cena neozelandese è un kebab. Non è una battuta preparata per il diario: dopo voli e spostamenti, è quello che mangiamo. Mi fa sorridere pensare a quante aspettative si caricano sulla prima sera di un viaggio e a come, nella realtà, a volte basti trovare qualcosa di buono e andare a dormire.

Giorno 03

In città noto persone senza casa, vetrine e un waterfront pieno di vita. Mangiamo torte taiwanesi e poi ci lasciamo Auckland alle spalle per la foresta del Coromandel: dieci chilometri di sterrato, felci enormi, un kauri antico e i primi uccelli che non so ancora riconoscere.

Il primo giro ad Auckland. Passeggiamo in centro e mi accorgo subito di quante persone senza fissa dimora ci siano. Non è l’immagine con cui si apre di solito un diario sulla Nuova Zelanda, ma è una delle mie prime impressioni. Auckland mi sembra multiculturale, viva in certi punti e più trascurata in altri; preferisco raccontarla così che chiamarla semplicemente “la porta d’ingresso al viaggio”.

Torte taiwanesi e waterfront. Nel quartiere asiatico troviamo delle torte taiwanesi buonissime. È una sosta piccola, ma la ricordo meglio di molte facciate. Poi camminiamo sul waterfront, dove ci sono barche, locali e molta più gente che nelle strade interne. In poche ore Auckland mi presenta versioni molto diverse di sé, e mi piace che la prima giornata non sia tutta da cartolina.

La strada per il Coromandel. Nel pomeriggio guidiamo verso il Coromandel Forest Park. Gli ultimi dieci chilometri sono sterrati, abbastanza da farci sentire lontani dalla città appena lasciata. Non siamo ancora al sentiero e già la strada fa parte dell’esperienza: si procede più piano, si guarda meglio fuori dal finestrino e ci si chiede se siamo sulla via giusta.

Felci, kauri e un fantail. Sul Cookson Kauri Walk le felci sono così grandi che continuo a fermarmi per guardarle. Incontriamo un kauri vecchio di secoli e il primo fantail del viaggio; sentiamo anche il canto del tūī, molto più vario di quanto mi aspettassi. La foresta mi dà davvero l’impressione di essere entrata in un mondo diverso, ma sono gli uccelli a renderla meno immobile e più viva.

Giorno 04

Ci svegliamo dopo una notte in un garage trasformato in alloggio e partiamo per Hobbiton. Nel pomeriggio entriamo nelle grotte di Waitomo: sul soffitto buio i glowworm sembrano stelle. Una giornata molto organizzata, sì, ma con due momenti che mi restano impressi per ragioni diverse.

Hobbiton Movie Set

A Hobbiton, con il sole

Dopo aver dormito in un garage adattato ad alloggio, arriviamo a Hobbiton sotto un sole bellissimo. Il villaggio è ordinato fino all’ultimo dettaglio: porte rotonde, orti, sentieri, colline verdissime. Mi diverto a guardare come hanno costruito l’illusione. Quando scopro che l’albero sopra Bag End è completamente artificiale, devo riguardarlo: da lontano mi aveva convinta senza alcuno sforzo.

Le luci nel buio di Waitomo. A Waitomo visitiamo prima la grotta a piedi, poi saliamo su una piccola barca. Nel buio le luci dei glowworm punteggiano il soffitto come un cielo notturno. È uno di quei momenti in cui sono contenta che nessuno riempia il silenzio con spiegazioni: basta alzare la testa. Usciti dalla grotta, ripartiamo verso Rotorua.

Giorno 05

Il 25 aprile è l’ANZAC Day. Noi passiamo la giornata fra le pozze di Wai-O-Tapu, un pranzo filippino che non avevamo previsto come “tappa gastronomica”, la visita guidata a Whakarewarewa e una camminata fra le sequoie al buio. Rotorua è una di quelle zone dove la terra si fa sentire in continuazione.

Terra calda a Wai-O-Tapu. A Wai-O-Tapu l’odore di zolfo arriva prima ancora di molte delle pozze. Camminiamo fra acqua bollente e terreni dai colori quasi difficili da credere, poi assistiamo all’eruzione programmata del Lady Knox Geyser. Mi incuriosisce il fatto che sia provocata per i visitatori: è spettacolare, ma la parte che mi colpisce di più resta camminare sapendo quanto sia attivo il terreno sotto i piedi.

Laing e biko a pranzo. Per pranzo finiamo in un ristorante filippino e assaggio laing e biko. Non è il piatto “tipico neozelandese” che qualcuno si aspetterebbe da questo diario, ma è una delle cose che ho mangiato più volentieri. Dopo pasti arrangiati lungo la strada, sedersi e scoprire due sapori nuovi è una pausa che mi concedo con piacere.

Una comunità che vive con la geotermia. A Whakarewarewa ci accompagna una guida māori. Mi interessa soprattutto ricordare che non stiamo visitando soltanto un’attrazione: è un villaggio abitato, dove sorgenti calde e pozze entrano anche nella vita quotidiana e nella cucina. Ascoltare chi vive lì cambia il modo in cui guardo il vapore che sale dal terreno.

Sequoie al buio. La sera camminiamo tra le sequoie della Redwoods Forest. Dopo una giornata di acqua bollente, crateri e racconti, trovarsi fra tronchi altissimi con poca luce è quasi un cambio di Paese. Non serve fare molto: camminiamo, alziamo la testa e lasciamo finire così una giornata già abbastanza piena.

Giorno 06

Lasciamo Rotorua, ci fermiamo alle Huka Falls e mangiamo phở a Taupō. Poi arriviamo a Ohakune, facciamo la spesa e prepariamo una cena semplice. I giorni di trasferimento raramente sembrano i più interessanti sulla carta, ma questo ci porta fino ai piedi del Tongariro.

Il colore e la forza delle Huka Falls. Alle Huka Falls l’acqua del Waikato si infila in uno spazio stretto con una forza che si sente anche da fermi. Il colore azzurro è quasi irreale, ma più dell’azzurro ricordo il rumore. Ci fermiamo a guardare le rapide e poi torniamo in macchina: una sosta breve che interrompe bene i chilometri di oggi.

Phở a Taupō. A Taupō mangiamo phở vietnamita e beviamo tè al cocco. Siamo in Nuova Zelanda, ma il pranzo guarda da tutt’altra parte; in questo viaggio succede spesso. Non mi dispiace affatto. Sedersi davanti a una ciotola calda, a metà di una lunga giornata in macchina, è esattamente quello di cui avevamo bisogno.

Spesa e cena a Ohakune. Arriviamo a Ohakune nel pomeriggio. Passiamo dal supermercato e organizziamo una cena senza pretese, pensando alla camminata del giorno dopo. È il lato meno fotogenico di un road trip, ma anche quello che lo rende possibile: fare la spesa, controllare cosa serve e andare a letto con l’idea di partire presto.

Giorno 07

La camminata sul Tongariro è una delle giornate più impegnative. Il terreno diventa spoglio, la terra cambia colore e arriviamo al Red Crater. Più tardi ci fermiamo a Tawhai Falls e passiamo da Whakapapa: dopo il paesaggio vulcanico, gli impianti sciistici sembrano quasi familiari.

Il sentiero sul vulcano. Facciamo una parte del Tongariro Alpine Crossing, salendo verso il Red Crater. Il paesaggio si svuota poco a poco di vegetazione e capisco perché sia stato usato per immaginare Mordor. Ma mentre cammino penso meno al cinema che al terreno sotto le scarpe e alla distanza da fare. È bello, faticoso e non ha bisogno di sembrare facile.

Il Red Crater. Al Red Crater i colori diventano più netti: rosso, nero, marrone, e vallate quasi nude tutt’intorno. Ci fermiamo a guardarli, anche per riprendere fiato. Nelle foto un posto così sembra solo spettacolare; dal vivo ci arriviamo dopo aver camminato, e la fatica fa parte del ricordo quanto il panorama.

Tawhai Falls. Più tardi raggiungiamo Tawhai Falls, conosciuta anche come Gollum’s Pool. Dopo il terreno aperto del Tongariro, la vegetazione e lo spazio raccolto della cascata mi sembrano quasi un sollievo. In una sola giornata siamo passati da un paesaggio di lava a questo angolo verde; continuo a stupirmi di quanto in fretta cambi tutto.

Whakapapa, quasi Europa. Passiamo anche dalla zona sciistica di Whakapapa. Cabinovia e resort hanno un’aria sorprendentemente familiare, quasi europea, dopo le ore passate sul vulcano. Mi fa sorridere che la giornata si chiuda davanti a impianti di risalita: è la stessa montagna, ma vista da un lato molto diverso.

Giorno 08

La strada verso Wellington attraversa pascoli pieni di pecore e mucche. In città entriamo al Te Papa e ci restiamo a lungo: foreste perdute, uccelli minacciati, navigazioni nel Pacifico e perfino un calamaro enorme. La sera ci sediamo a una cena di pesce.

Una giornata al Te Papa. Al Te Papa potrei passare molto più tempo di quello che abbiamo. Mi fermo sulle foreste scomparse e sugli uccelli che non ci sono più, poi sul kākāpō e sugli sforzi per proteggerlo. Le imbarcazioni del Pacifico raccontano viaggi enormi compiuti molto prima del nostro, con tutt’altra conoscenza del mare. E infine c’è un calamaro gigante: impossibile non andare a guardarlo da vicino, anche se non è esattamente rassicurante.

Cena dopo il museo. Dopo ore al Te Papa usciamo con la testa piena di storie, nomi e animali. La cena fusion di pesce, cotto e crudo, ci riporta a qualcosa di molto concreto: sedersi, mangiare e parlare di quello che abbiamo visto. Wellington è stata una tappa breve, ma il museo da solo mi ha dato molto più da pensare di quanto immaginassi.

Giorno 09

Attraversiamo lo stretto di Cook da Wellington a Picton. Il Queen Charlotte Sound ci accoglie con luce e colline che arrivano fino all’acqua; lungo la strada verso Kaikōura vediamo anche le prime otarie sugli scogli. È uno dei trasferimenti in cui il viaggio comincia già dal finestrino.

Verso l’Isola del Sud. Saliamo sul traghetto e lasciamo Wellington alle spalle. Quando la nave entra fra le insenature del Marlborough Sounds, esco a guardare più volte: l’acqua, le colline e la luce cambiano di continuo. Di solito penso a un traghetto come al mezzo per arrivare altrove; oggi l’attraversamento è una delle cose più belle che facciamo.

Queen Charlotte Sound e strada per Kaikōura. Dopo lo sbarco facciamo una passeggiata con vista sul Queen Charlotte Sound. Il sole illumina l’acqua, molto diversa dal grigio lasciato a Wellington. Poi ripartiamo lungo la costa e vediamo otarie sdraiate sugli scogli. Ci fermiamo a guardarle da lontano: per loro è una giornata normale, per noi è uno dei primi incontri con la fauna dell’Isola del Sud.

Giorno 10

A Kaikōura piove forte e l’uscita per avvistare le balene viene cancellata. Ci rimaniamo male, poi cambiamo programma e raggiungiamo la Willowbank Wildlife Reserve a Christchurch. Lì vediamo il kiwi, finalmente, anche se nel buio di un ambiente ricreato. La giornata finisce con una cena spagnola.

Alla Willowbank, sotto la pioggia. La mattina dovevamo essere in mare a cercare le balene. Con questa pioggia l’escursione salta, e non posso dire di prenderla con filosofia. Andiamo alla Willowbank Wildlife Reserve: vediamo wallaby, emù, capibara, piccoli cervi e diversi uccelli, spesso riparandoci come possiamo. Il kiwi lo incontriamo in un ambiente buio perché è notturno. Sono contenta di averlo visto, anche se la testa ogni tanto torna alla barca che non è partita.

Una cena spagnola a Christchurch. A Christchurch chiudiamo la giornata con una cena spagnola. Non risolve la delusione per le balene, naturalmente, ma ci permette di smettere per un po’ di parlare del meteo. Domani ripartiamo: ormai abbiamo imparato che qui un programma può cambiare nel giro di una mattina.

Giorno 11

Partiamo sotto un vero diluvio. La strada verso Lake Tekapo non promette molto, poi troviamo Lake Alexandrina quasi deserto e Lake McGregor pieno di cigni neri e anatre rumorose. Da un lago all’altro cambia persino il suono della giornata.

Il silenzio di Lake Alexandrina. Arriviamo a Lake Alexandrina dopo aver guidato sotto una pioggia pesante. Sul posto c’è poca gente e il lago è così quieto che ci fermiamo a lungo a guardarlo. Dopo il diluvio sulla strada e la gita saltata il giorno prima, questo silenzio mi sembra un piccolo regalo, anche se non era previsto da nessun programma.

Il chiasso di Lake McGregor. Lake McGregor è vicino, ma ha tutt’altro carattere. Ci sono tantissimi cigni neri e anatre, tutti intenti a farsi sentire. Passare dal silenzio di Alexandrina a questo starnazzare continuo mi fa ridere. Due laghi nella stessa giornata, e non potrei confonderli nemmeno senza fotografie.

Giorno 12

Ieri guidavamo sotto la pioggia; stamattina intorno a Tekapo c’è neve. Ci fermiamo alla Church of the Good Shepherd e a Lake Pukaki, poi raggiungiamo Wānaka fra colori d’autunno e infine Queenstown. La sera ci concediamo pesce al Blue Kanu e un ice bar decisamente turistico.

La chiesetta nella neve. Apriamo gli occhi e fuori è tutto bianco. La neve intorno a Lake Tekapo cambia completamente il paesaggio che ieri avevamo raggiunto sotto il diluvio. Alla Church of the Good Shepherd mi fermo più a guardare l’insieme — la piccola costruzione, il lago, le montagne — che la chiesa in sé. Sembra impossibile che sia bastata una notte.

Lake Pukaki. A Lake Pukaki ci fermiamo ancora. L’acqua ha un colore che continuo a guardare per capire se sia davvero quello, con le montagne intorno e la luce fredda della giornata. In un road trip è facile dire “un altro lago”; questo però si prende tutto il tempo della nostra sosta.

Il salice di Wānaka. A Wānaka andiamo a vedere il salice che cresce nell’acqua. Lo conoscevo già dalle fotografie, quindi non c’è sorpresa nella forma dell’albero. La sorpresa è trovarlo dentro i colori dell’autunno, in mezzo a una giornata che era cominciata con la neve. Mi piace più il contesto dell’icona.

Una cena al Blue Kanu. Arriviamo a Queenstown e ci sediamo al Blue Kanu. Mangiamo ostriche, ceviche e altri piatti di pesce fra sapori asiatici e del Pacifico. Dopo tanti spostamenti e pasti pratici, questa cena è una scelta fatta per il piacere di mangiare bene. Mi sembra il modo giusto per finire una giornata piena fino all’ultimo chilometro.

Al Below Zero Ice Bar. Dopo cena entriamo in un bar dove perfino i bicchieri sono di ghiaccio. So benissimo che il Below Zero Ice Bar è un’esperienza costruita per i visitatori, ma proprio per questo mi diverto a provarla senza cercare di darle un significato più profondo. A Queenstown c’è spazio anche per una serata così.

Giorno 13

Partiamo da Queenstown per la lunga gita organizzata a Milford Sound. Dal ponte della barca vediamo pareti altissime, cascate, otarie e un arcobaleno; sulla strada incontriamo anche un kea. Per una volta l’immagine che mi ero fatta del luogo non era esagerata.

In barca nel fiordo. La strada per Milford Sound è lunga, ma continua a cambiare fuori dal finestrino. In barca alzo gli occhi verso le pareti del fiordo, seguo le cascate e cerco le otarie sdraiate sulle rocce. Compare anche un arcobaleno, quasi troppo perfetto per una foto. Durante la giornata vediamo un kea, il pappagallo alpino famoso per la sua curiosità. A fine giornata sono stanca, ma capisco perché siamo venuti fin qui.

Giorno 14

Prima di lasciare Queenstown compriamo qualche regalo. Poi la strada ci porta a Lake Hāwea e lungo la West Coast, dove la vegetazione diventa più fitta. Arriviamo a Ship Creek poco prima che il sole scenda: dopo ore in macchina, la spiaggia quasi vuota è la sosta che serviva.

Un’ultima sosta a Queenstown. Prima di rimetterci in macchina facciamo un giro per comprare qualche regalo a Queenstown. È una cosa ordinaria, e per questo mi piace lasciarla nel diario: tra fiordi, laghi e tramonti ci sono anche il tempo per scegliere qualcosa da portare a casa e il problema di farlo entrare in valigia.

Lake Hāwea e la strada verso ovest. Ci fermiamo a Lake Hāwea e per un momento mi sembra di avere il posto quasi per noi. Poi continuiamo verso Franz Josef: laghi, foreste, strade poco trafficate e un’aria sempre più umida. I chilometri sono tanti, ma oggi guidare è parte del motivo per cui siamo qui, non soltanto il prezzo da pagare per arrivare alla prossima tappa.

Ship Creek all’ora giusta. Arriviamo a Ship Creek poco prima del tramonto. La spiaggia è ampia, quasi deserta, e finalmente possiamo fermarci senza pensare a un orario di ingresso o a una prenotazione. Il sole scende sull’oceano mentre camminiamo. Non credo che avrei apprezzato questa sosta allo stesso modo se non ci fossimo arrivati dopo una lunga giornata di strada.

Giorno 15

Camminiamo nelle valli del Fox Glacier e del Franz Josef Glacier. Qui il ghiaccio e la foresta pluviale condividono lo stesso paesaggio, e i segni del ritiro dei ghiacciai sono visibili lungo i sentieri. A un certo punto compare un kererū, grande e vistoso abbastanza da rubare per un momento la scena alle montagne.

La valle del Fox Glacier. Camminiamo nella Fox Glacier Valley e provo a tenere insieme due immagini che nella mia testa stavano separate: il ghiacciaio in alto e la vegetazione fitta più in basso. Da alcuni punti lo si vede scendere verso la valle. Non serve aggiungere aggettivi: è proprio la vicinanza di ghiaccio e foresta a farmi fermare più volte.

Sulle tracce del Franz Josef Glacier. Il percorso nella valle del Franz Josef passa tra rocce, corsi d’acqua e segni lasciati dal ghiacciaio. Si vede anche quanto si sia ritirato. Mi accorgo che sto guardando non solo ciò che c’è, ma lo spazio da cui il ghiaccio si è allontanato. È una sensazione diversa dalla semplice ricerca di un bel panorama.

E poi spunta un kererū. Durante le passeggiate vediamo un kererū, il grande colombo neozelandese. È robusto, colorato e tutt’altro che discreto. Dopo una mattina passata a cercare il ghiaccio tra le montagne, mi ritrovo a seguire con lo sguardo un uccello. È successo spesso in questo viaggio: la fauna riesce a interrompere perfino i paesaggi più grandi.

Giorno 16

Risaliamo la West Coast. A Hokitika Gorge il fiume è di un azzurro quasi incredibile; in paese ci fermiamo per pranzo e guardiamo il pounamu. Arriviamo a Punakaiki verso il tramonto, tra rocce stratificate, mare che entra nelle cavità e un weka per nulla intimorito dai visitatori.

Hokitika Gorge dall’alto. Dalla passerella di Hokitika Gorge guardiamo il fiume sotto di noi. Ha un azzurro intenso che sembra ritoccato, ma è lì, in mezzo alla foresta. Ci fermiamo a lungo a seguire l’acqua fra le pareti della gola. Mi piace quando una tappa segnata sulla mappa riesce comunque a sorprendermi dal vivo.

Pranzo e pounamu a Hokitika. A Hokitika ci fermiamo per pranzo e curiosiamo fra negozi e laboratori che lavorano il pounamu, la giada legata alla cultura māori. Mi interessa vedere come viene presentato e lavorato, anche se una vetrina non basta certo a raccontarne tutto il significato. È una pausa utile prima di riprendere la strada verso Punakaiki.

Le Pancake Rocks al tramonto. Arriviamo alle Pancake Rocks quando la luce comincia a calare. Gli strati di roccia sembrano davvero impilati uno sopra l’altro; sotto, il mare entra nelle cavità e colpisce le pareti con forza. Il nome è buffo, ma il posto non ha niente di leggero quando l’acqua si fa sentire.

Un weka senza timidezza. Vicino al sentiero incontriamo un weka. Non vola e si muove con una sicurezza che mi fa pensare sia abituato a incrociare persone. Lo osserviamo senza avvicinarci troppo. In Nuova Zelanda ormai ho imparato a tenere un occhio anche a terra: non tutti gli uccelli che voglio vedere stanno sugli alberi.

Giorno 17

Lasciamo la West Coast e puntiamo verso Christchurch attraverso Arthur’s Pass. Lungo la strada ci accompagna un cielo grigio e durante una sosta vediamo un piccolo toutouwai. Fra vallate, ruscelli e nuvole basse, questa giornata è soprattutto il piacere di attraversare un paesaggio senza doverlo trasformare in una serie di attrazioni.

La strada dentro Arthur’s Pass. Per un tratto seguiamo ancora una costa ruvida e poco abitata, poi la strada sale verso Arthur’s Pass. Le nuvole coprono parte delle cime e nella valle scorrono ruscelli e cascate. Durante una sosta un piccolo toutouwai, il South Island robin, si avvicina abbastanza da farsi notare. Continuiamo fino a Christchurch con la sensazione di aver attraversato un altro dei molti paesaggi di questo viaggio.

Giorno 18

Rientriamo a Kaikōura per recuperare l’uscita in barca cancellata dalla pioggia. Il mare si muove, ma la gita parte. Vediamo capodogli, una megattera che le guide conoscono da anni e delfini vicino alla barca. Sono contenta soprattutto di non aver lasciato questa giornata fra le cose mancate.

Capodogli, megattera e delfini. Saliamo finalmente in barca a Kaikōura. Il mare non è piatto e l’attesa dei primi avvistamenti mi sembra lunga, poi compare il soffio di un capodoglio. Vediamo il dorso e la coda che si alza prima dell’immersione; poco dopo ne arrivano altri. Le guide ci mostrano anche una megattera che conoscono da tempo e, sulla via del ritorno, i delfini nuotano accanto alla barca. Ripenso alla pioggia che ci aveva fermati: oggi siamo tornati apposta, e ne è valsa la pena.

Giorno 19

Riconsegniamo l’auto a Christchurch e iniziamo il lungo rientro via Singapore. Il caldo dello scalo ci investe appena scendiamo dall’aereo. Ripensando alle settimane passate, mi restano gli uccelli, i paesaggi e le persone loquaci incontrate lungo la strada, ma anche la sensazione di aver visto la cultura māori soprattutto nei musei e nelle visite organizzate.

Salutare Christchurch e l’auto. Facciamo i bagagli e riconsegniamo la macchina. All’inizio guidare dall’altra parte della strada mi sembrava una difficoltà enorme; adesso i gesti sono diventati quasi automatici, e lasciarli è il segno più concreto che il viaggio è finito. Partiamo da Christchurch con parecchi chilometri e più di un cambio di programma alle spalle.

Il caldo di Singapore. A Singapore usciamo dall’aereo e il caldo umido ci arriva addosso dopo l’aria fresca lasciata in Nuova Zelanda. Durante lo scalo ci fermiamo al giardino e alla cascata al coperto del Jewel Changi. È un posto enorme e pieno di movimento, ma noi siamo già in quella strana modalità da ritorno: ancora in viaggio, con la testa che comincia ad andare a casa.

L’ultimo volo. Ci aspetta la tratta per Milano, con arrivo previsto la mattina del 10 maggio. Non ho una sola immagine con cui chiudere Aotearoa. Mi tornano in mente il fantail nella foresta, la pioggia di Kaikōura, la neve a Tekapo e il soffio dei capodogli quando finalmente siamo usciti in mare. Sono contenta di aver visto tutto questo, anche le parti che non avevamo previsto.

La rotta

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