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Copertina di Giappone: finalmente, quattro anni dopo: Tokyo · Kanazawa · Osaka · Kōyasan · Osaka, Kyoto · Hakone · Tokyo
Diario di viaggio

Giappone: finalmente, quattro anni dopo

Tokyo, treni, templi, pioggia e le persone che ci hanno dato una mano

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Un racconto diElettra

Prima di partire

Dovevamo partire nel marzo 2020. Quando siamo finalmente arrivati a Tokyo, quattro anni dopo, avevo in testa un viaggio atteso così a lungo da rischiare di essere perfetto solo nell’immaginazione. Il primo ramen, invece, è arrivato insieme alla stanchezza del volo e a una camera vicino a Ueno così piccola da ricordarci una cabina. Mi è sembrato un inizio molto più vero. Nei giorni successivi abbiamo corso parecchio: Tokyo, Nikkō, Kamakura, Kanazawa, Osaka, Miyajima, Hiroshima, Himeji, Kōyasan, Nara, Kyoto, Hakone e di nuovo Tokyo. A volte forse troppo. Abbiamo dormito su futon e tatami, meditato con i monaci senza riuscire a stare comodi, aspettato quasi un’ora per un ramen e visto sparire il Monte Fuji dietro la pioggia per poi ritrovarne la cima il giorno dopo. A Hiroshima ci siamo fermati davanti a cose difficili da raccontare; a Hakone un pasticcere gentile ci ha aiutati quando la giornata non andava come previsto. Se penso alla gentilezza del titolo, non penso a un tratto da attribuire a un intero Paese. Penso a gesti precisi e a persone incontrate per strada. Questo diario prova a tenere insieme quelli, i luoghi famosi, le delusioni e le risate. Anche la sera in un ryokan che ci sembrava uscito da Shining.

Il racconto

Una storia in movimento

Luoghi, impressioni e fotografie nell’ordine in cui sono accaduti.

Giorno 01

Arriviamo a Narita e raggiungiamo l’alloggio vicino a Ueno. La camera è minuscola, quasi una cabina, ma dopo quattro anni di rinvii siamo in Giappone. La prima cena è un ramen: non serve molto altro per sentire che il viaggio è cominciato.

Dall’aeroporto a Tokyo. Atterriamo a Narita dopo un viaggio che aspettavamo dal 2020. Ho voglia di vedere tutto subito, ma il corpo è ancora dentro il fuso orario e ci vuole un po’ per orientarsi. Per oggi basta arrivare in città e rendersi conto che questa volta non stiamo più rimandando la partenza.

Il primo ramen. La prima cena è un ramen. Non ricordo di aver avuto bisogno di una presentazione solenne del Giappone: avevo fame, ero stanca e finalmente avevo davanti la ciotola che avevo immaginato tante volte prima di partire. È un inizio semplice, e forse proprio per questo mi resta in mente.

La camera-cabina a Ueno. Facciamo il check-in vicino a Ueno e scopriamo che la camera è davvero piccola, più simile a una cabina che a una stanza d’albergo. Sistemare i bagagli richiede un minimo di strategia. Mi fa sorridere: abbiamo attraversato mezzo mondo e la prima sfida pratica è trovare spazio per aprire la valigia.

Giorno 02

Il primo maggio passiamo da un tempio affollato ai viali di Yanaka, dove la pioggia ci nega perfino i gatti del cimitero. Poi Shibuya vista dall’alto e Shinjuku di notte. È una giornata lunga, piena di cambi di scena e di prime volte.

Il primo tempio: Sensō-ji. A Sensō-ji ci sono lanterne, incenso e un via vai continuo. È il primo tempio del viaggio e provo a guardarlo senza pretendere di capirne subito ogni dettaglio. Mi interessa anche osservare le persone che entrano, si fermano un momento e ripartono: il luogo non esiste soltanto per noi visitatori.

La Skytree con la testa nelle nuvole. Da Sumida Park guardiamo la Tokyo Skytree, o almeno la parte che le nuvole ci lasciano vedere. Poco lontano riconosciamo l’edificio dell’Asahi, quello che fa pensare a un enorme boccale di birra. Mi piace che il primo panorama di Tokyo non sia perfetto: ci fermiamo comunque, anche senza la foto completa della torre.

I torii di Nezu. Al santuario Nezu cammino sotto i torii rossi. Non è un percorso lunghissimo, ma per me è la prima volta in uno spazio shintoista così raccolto. Pochi minuti prima eravamo nella Tokyo più rumorosa; qui abbasso la voce quasi senza accorgermene.

Una casa, non un monumento. La residenza di Kusuo Yasuda ci fa entrare in stanze, materiali e giardini di una vita privata. Dopo grandi porte e santuari, mi interessa vedere un altro genere di storia: come si viveva in una casa, dove ci si sedeva, che rapporto avevano le stanze con il verde fuori.

Yanaka, ramen e gatti assenti. A Yanaka Ginza la città si abbassa: negozi piccoli, case, una strada che invita a camminare. Pranziamo seduti per terra con un ramen ottimo. Poi attraversiamo il cimitero sperando di vedere i gatti per cui è famoso, ma piove troppo e loro hanno evidentemente più buon senso di noi. Resta una passeggiata silenziosa, bagnata e molto diversa dal resto di Tokyo.

Ueno senza riuscire a vedere tutto. Passiamo dal Kiyomizu Kannon-dō e continuiamo per Ueno Park. Il Museo Nazionale di Tokyo lo guardiamo soltanto da fuori. Metto già da parte l’idea di riuscire a visitare ogni luogo segnato: in questo parco ci sarebbe da passare molto più tempo di quello che abbiamo.

Shibuya Scramble Crossing

Shibuya dall’alto, poi in mezzo

Da Starbucks guardiamo lo Shibuya Crossing cambiare forma a ogni semaforo. Dall’alto sembra una coreografia; quando torniamo sulla strada dobbiamo trovare il nostro posto dentro quella folla. Passiamo anche dalla statua di Hachikō, dove si incontrano persone che hanno chiaramente meno problemi di noi a orientarsi.

Godzilla, il gatto 3D e un conto salato. La sera a Shinjuku guardiamo Godzilla, il gatto tridimensionale e una quantità di insegne che rende difficile scegliere dove fermarsi. Ceniamo in una stradina di ristoranti minuscoli. L’atmosfera è bellissima; il conto, invece, è decisamente più alto di quanto ci aspettassimo. Tokyo si fa ricordare anche per quello.

Giorno 03

Usciamo da Tokyo per una giornata fra ponti, mausolei e boschi. Il ricordo più vivo è la guida giapponese di ottantotto anni che ci accompagna per un’ora con un’energia sorprendente. Alla villa imperiale arriviamo troppo tardi: non tutto può entrare in una giornata.

Il ponte rosso di Nikkō. Appena arrivati ci fermiamo davanti allo Shinkyō, sospeso sopra il fiume. Non lo attraversiamo; lo guardiamo da fuori, rosso contro il verde. È un modo semplice di iniziare, prima che la giornata si riempia di nomi e visite.

Un’ora con una guida di ottantotto anni. Partecipiamo a una visita guidata con un signore giapponese di ottantotto anni. Ha una voglia di raccontare e un’energia che mi sorprendono più di qualsiasi numero sul cartello di un tempio. Con lui alcuni dettagli prendono senso; senza quella conversazione avremmo attraversato gli stessi luoghi vedendo molto meno.

Il Tōshō-gū senza risparmiare sui dettagli. Al Tōshō-gū ci sono oro, intagli e decorazioni ovunque. Dopo i luoghi più sobri del giorno prima mi accorgo di aver già costruito un’idea troppo uniforme dei santuari giapponesi. Qui saliamo verso la tomba dello shōgun guardando dettagli che continuano a interrompere il passo.

Taiyū-in, più raccolto. Al Taiyū-in l’atmosfera cambia. Anche questo è un mausoleo, ma mi viene più naturale fermarmi davanti agli edifici e al bosco che li circonda. Dopo il Tōshō-gū, così ricco da riempire gli occhi, questo posto mi sembra lasciare più spazio al silenzio.

Una pausa al Rinnō-ji. Visitiamo il Rinnō-ji e il suo giardino. La giornata è già piena e mi fa bene rallentare fra i sentieri. Non cerco di trasformare ogni angolo in una spiegazione: mi basta guardare come gli alberi e gli edifici cambiano quando ci si sposta di pochi passi.

Qualcosa da mangiare tra una visita e l’altra. Tra un tempio e l’altro assaggiamo cibo di strada. Non saprei dare a questa sosta un titolo più nobile: avevamo fame e ci siamo fermati. In una giornata così fitta, ricordo con piacere proprio il momento in cui ci sediamo o restiamo in piedi a mangiare senza controllare il prossimo ingresso.

Le statue con i bavaglini rossi. Lungo il fiume a Kanmangafuchi incontriamo una fila di statue con cappellini e bavaglini rossi. Sono una presenza buffa e allo stesso tempo molto quieta nel paesaggio. Camminiamo vicino all’acqua, finalmente un po’ fuori dal flusso delle visite.

Giorno 04

La Golden Week ha riempito Kamakura di persone. Vediamo il Buddha dall’interno, cerchiamo un po’ di spazio sulla costa e finiamo a mangiare ramen all’anatra sotto una ferrovia che fa tremare il locale a ogni treno. Non è stata una giornata tranquilla, anche se sulla mappa lo sembrava.

長谷寺

Hase-dera e la vista sulla baia

A Hase-dera saliamo fra giardini e statue fino a vedere la baia. In mezzo alla folla della Golden Week riesco comunque a trovare qualche minuto per guardare i tetti e il mare. È una delle soste in cui vorrei avere meno fretta.

Dentro il Grande Buddha. Il Buddha del Kōtoku-in è grande, questo lo sapevo già dalle immagini. La sorpresa è poter entrare nella statua e guardare com’è costruita. Mi piace quando un monumento smette di essere soltanto la sua facciata e mostra qualcosa del lavoro necessario per farlo esistere.

Una pausa a Shichirigahama. A Shichirigahama finalmente c’è mare e vento, dopo ore di templi e cortili. Ci fermiamo sulla spiaggia e guardiamo verso il Fuji. Non è un posto dove spuntare un’altra visita: per un po’ basta stare lì, con lo spazio aperto davanti.

Cervi no, carpe affamate sì. Al Tsurugaoka Hachimangū troviamo molti giapponesi in vacanza. Il santuario è pieno di movimento, e vicino all’acqua incontriamo carpe pronte a contendersi qualsiasi boccone. Mi fanno sorridere, soprattutto perché sembrano meno solenni di tutto quello che abbiamo visto attorno.

Ramen all’anatra sotto i binari. Ceniamo in un locale sotto la ferrovia. Il ramen all’anatra è buonissimo, ma il dettaglio che continua a tornarmi in mente è il treno: ogni volta che passa, il soffitto e le pareti tremano. Non so se lo avrei scelto per una cena rilassante; come ricordo di viaggio è perfetto.

Giorno 05

Nel viaggio verso Kanazawa noto il conducente che si inchina uscendo dal vagone. Poi visitiamo Kenroku-en, una casa nel quartiere dei samurai e un locale di sushi che da fuori non prometteva niente di speciale. È una delle città in cui mi sarebbe piaciuto restare più a lungo.

I piccoli gesti sul treno. Sul treno verso Kanazawa sentiamo i canti d’uccelli registrati nelle stazioni e vediamo il conducente inchinarsi ai passeggeri prima di uscire dal vagone. Sono gesti piccoli, ma mi costringono a guardare meglio anche i trasferimenti. Il viaggio non comincia soltanto quando scendiamo alla fermata giusta.

Kenroku-en Park

Perdersi nei sentieri di Kenroku-en

A Kenroku-en continuo a cambiare direzione per vedere lo stesso giardino da un altro lato. Laghetti, ponti e alberi sono disposti con molta cura, ma il posto non mi sembra freddo. È una visita in cui preferisco camminare piano e lasciare che qualcuno degli altri scelga il sentiero.

Una casa nel quartiere dei samurai. Nel quartiere Nagamachi entriamo nella residenza Nomura. Dopo i grandi complessi religiosi, mi incuriosisce di più la scala domestica: le stanze, il piccolo giardino, il modo in cui si passa dall’interno all’esterno. È un altro pezzo di storia, meno monumentale e forse per questo più facile da immaginare abitato.

Il sushi migliore dietro una porta anonima. La sera entriamo in un locale che da fuori sembra quasi anonimo e ci ritroviamo a mangiare sushi eccezionale in una stanza privata. Non era la cena scenografica che ci aspettavamo di fotografare; era semplicemente buonissima. A Kanazawa concludiamo la giornata nel modo migliore.

Giorno 06

La mattina passiamo fra case da tè, matcha e assaggi al mercato di Kanazawa. Poi prendiamo il treno per Osaka e ci ritroviamo fra corridoi sotterranei, insegne enormi e cinquanta minuti di attesa per un ramen. Due città molto diverse dentro la stessa giornata.

Le case da tè di Higashi Chaya. A Higashi Chaya entriamo in una casa legata alla tradizione delle geisha. Guardo il legno, le stanze e gli oggetti cercando di non ridurre tutto all’immagine elegante del quartiere. Mi interessa soprattutto pensare che questi spazi hanno avuto una vita prima di diventare una tappa del nostro itinerario.

Dal tè verde al gelato al matcha

Assaggiamo il tè verde con calma, prendendo sul serio il gusto amaro. Poco dopo mangiamo un gelato al matcha molto più facile da amare al primo cucchiaino. La successione mi fa sorridere: la stessa pianta, due modi decisamente diversi di fare una pausa.

Dentro il castello di Kanazawa. Il castello è elegante e ben ricostruito, ma all’interno ci sembra più spoglio di quanto immaginavamo. È una delle volte in cui posso dire che la visita mi è interessata senza avermi entusiasmata. Guardiamo come erano organizzati gli edifici e poi proseguiamo.

Il pranzo a pezzetti di Ōmichō. Al mercato Ōmichō non scegliamo un solo piatto: riccio di mare crudo, crocchette di gamberi e polpo, un mochi buonissimo. Ci spostiamo da un banco all’altro decidendo sul momento. È un pranzo disordinato e molto più divertente di una sosta lunga al tavolo.

Osaka sotto e sopra la strada. Arrivati a Osaka, una parte della città sembra svilupparsi sottoterra. Corridoi, negozi e ristoranti continuano a comparire quando penso di aver trovato l’uscita. Dopo Kanazawa mi sento un po’ disorientata, ma è anche il primo segno dell’energia diversa di Osaka.

Dōtonbori, con cinquanta minuti di fila. A Dōtonbori le insegne sono enormi e le luci si riflettono nell’acqua. Aspettiamo circa cinquanta minuti per mangiare ramen. Nel frattempo guardiamo la folla e ci chiediamo se ne varrà la pena. Sì, ne vale la pena, anche se a fine giornata le gambe avrebbero preferito una coda più breve.

Giorno 07

A Miyajima camminiamo vicino all’acqua e mangiamo ostriche. A Hiroshima troviamo la città piena per una partita di calcio, poi il Dome e il Museo della Pace cambiano completamente il tono della giornata. La sera torniamo in camera con un bentō e poche parole.

Itsukushima Shrine

Il torii e le passerelle di Itsukushima

A Itsukushima il torii nell’acqua è quello che avevo visto mille volte in fotografia, ma camminare sulle passerelle rosse cambia la prospettiva. Il santuario sembra muoversi con la marea. Cerco di non passare tutto il tempo a inseguire la foto che conoscevo già.

Ostriche a Miyajima. A pranzo scegliamo le ostriche, crude e grigliate. Sono grandi e saporite; non c’è bisogno di molti condimenti. Mi piace fermarmi a mangiare una specialità del posto prima di ripartire, senza ancora sapere quanto diversa sarà la seconda metà della giornata.

Hiroshima, con una partita in corso. Arriviamo a Hiroshima mentre è in corso una partita di calcio. Ci sono persone e addetti con cartelli che indirizzano la folla. Per qualche minuto osserviamo una città alle prese con una normale giornata di festa sportiva; poi ci avviciniamo ai luoghi che siamo venuti a vedere e il tono cambia.

Davanti all’Atomic Bomb Dome. Davanti al Dome mi fermo più del previsto. So bene che cosa rappresenta, ma l’edificio rimasto in piedi dopo la bomba è diverso da una fotografia nel libro di storia. Non cerco una frase grande abbastanza per il luogo. Guardo, leggo e lascio che per un po’ sia la visita a chiedermi attenzione.

Uscire in silenzio dal Museo della Pace. Nel museo ci sono fotografie, oggetti e testimonianze difficili da sostenere. Usciamo in silenzio. Dopo Miyajima e la folla arrivata per il calcio, questo passaggio è brusco; non voglio usare la parola “contrasto” per renderlo elegante. È stata una visita necessaria e dolorosa.

Un bentō in camera. La sera torniamo a Osaka e mangiamo in camera un bentō con riso e anguilla. Dopo il museo non abbiamo molta voglia di cercare un ristorante o di parlare sopra il rumore di una sala piena. La cena è semplice; per oggi va bene così.

Giorno 08

Saliamo le scale ripide del castello di Himeji, passiamo dai giardini Koko-en e poi raggiungiamo Kōyasan. Alle sei di sera meditiamo con i monaci; la postura mi mette alla prova più del previsto. Dopo cena vegetariana, onsen e futon, la giornata finisce su un tatami.

Himeji castle

Le scale di Himeji

Il castello di Himeji è bianco e imponente come nelle immagini, ma dentro ricordo soprattutto le scale ripide e le travi di legno. L’interno è più spoglio di quanto qualcuno potrebbe aspettarsi. Mi piace proprio questo: bisogna salire, muoversi e sentire fisicamente la struttura, non soltanto guardarla dal parco.

Una pausa ai Koko-en. Dopo il castello entriamo nei giardini Koko-en. Ci sono laghetti, sentieri e padiglioni; ogni area è diversa dalla precedente. Mi viene da rallentare finalmente il passo, anche perché dopo tutte le scale di Himeji le gambe sono d’accordo.

Arrivare a Kōyasan. Raggiungiamo Kōyasan tra montagne e boschi. Dormiremo al Rengejo-in, un tempio, e questo cambia subito il modo di pensare alla serata. Non siamo qui soltanto per una visita prima di ripartire: per una notte dobbiamo entrare almeno un poco nei ritmi del posto.

Un’ora seduta a meditare. Alle 18 partecipiamo alla meditazione con i monaci; la mattina seguente si ricomincia alle 6. Un’ora alla volta, e per me la parte più difficile è mantenere la postura. Lo scrivo perché “meditazione in un tempio” suona molto armonioso, mentre dal vivo bisogna anche fare i conti con le proprie ginocchia.

La cena del tempio. La cena è vegetariana, preparata con una cura che si vede in ogni piatto. Il tofu mi piace particolarmente. La colazione del mattino dopo seguirà lo stesso stile. È un modo diverso di stare a tavola dopo i mercati e le cene affrettate degli ultimi giorni.

Onsen, tatami e futon. Dopo la giornata ci rilassiamo nell’onsen e poi ci sistemiamo sui futon stesi sul tatami. Non tutto mi è immediatamente comodo o familiare, ma la notte nel tempio è una delle esperienze per cui avevo più voglia di venire fin quassù.

Giorno 09

La mattina visitiamo Kongōbu-ji e la grande pagoda Konpon Daitō. Poi torniamo a Osaka: testa di leone, taiyaki caldo, castello visto da fuori, okonomiyaki e la città illuminata dall’alto. Il cambio di volume si sente in poche ore.

金剛峯寺

Le stanze dipinte del Kongōbu-ji

Al Kongōbu-ji mi fermo davanti alle pareti divisorie dipinte. Animali e paesaggi compaiono da una stanza all’altra, senza bisogno che gli ambienti siano pieni di oggetti. Dopo la notte al tempio continuo ad avere voglia di guardare le cose con più calma del solito.

La pagoda rossa fra gli alberi. Il Konpon Daitō spunta fra gli alberi con un rosso impossibile da non vedere. Ci giriamo intorno e mi colpisce quanto il colore cambi la percezione di tutto il complesso. Poi dobbiamo salutare Kōyasan e rimetterci in viaggio.

Il leone di Namba Yasaka. Tornati a Osaka ci troviamo davanti l’enorme testa di leone del Namba Yasaka Shrine. Dopo la pagoda rossa e i boschi del mattino, questo santuario sembra quasi fatto apposta per sorprenderci. Mi viene da sorridere prima ancora di prendere la macchina fotografica.

Taiyaki ancora caldo. Facciamo merenda con i taiyaki, dolci a forma di pesce ripieni di pasta di fagioli. Li mangiamo camminando, ancora caldi. Non è la tappa più importante della giornata, ma dopo tanto tempo mi basta pensarci per ricordare il rumore della strada intorno.

Il castello di Osaka, solo da fuori. Il castello di Osaka lo vediamo soltanto dall’esterno. Con il parco intorno è comunque una presenza imponente, ma questa volta non entriamo. A metà viaggio comincio ad accettare meglio il fatto che alcuni luoghi resteranno solo un primo incontro.

Okonomiyaki a Dōtonbori. La sera mangiamo okonomiyaki a Dōtonbori, preparato al momento. Osaka continua a sembrarmi una città in cui ogni giro finisce davanti a qualcosa da assaggiare. Dopo la cena tranquilla nel tempio, questa è l’altra faccia perfetta della giornata.

Osaka vista dall’Umeda Sky Building. Dall’Umeda Sky Building le luci di Osaka arrivano fino a dove riesco a guardare. Ci fermiamo a cercare i quartieri attraversati a piedi, senza riuscire a riconoscerli tutti. Dall’alto la città sembra ordinata; appena scendiamo tornerà a essere il solito intreccio di strade e insegne.

Giorno 10

A Nara i cervi sono più piccoli di quanto immaginassi e molto più determinati quando vedono del cibo. Fra una trattativa con loro e l’altra visitiamo il Tōdai-ji e il Kasuga Taisha. La sera arriviamo a Kyoto con le gambe stanche e ancora molta curiosità.

興福寺

Il primo tempio di Nara

Cominciamo dal Kōfuku-ji. La pagoda e gli edifici si aprono su uno spazio ampio, e intorno ci sono già persone dirette verso il parco. È il punto in cui smettiamo di pensare a Nara come a una gita breve da Osaka e cominciamo a seguirne il ritmo.

I cervi, molto poco timidi. I cervi di Nara sono più piccoli di quanto mi aspettassi. Hanno capito benissimo come ottenere cibo dai visitatori e alcuni sembrano perfino inchinarsi per chiedere. Sono adorabili, almeno finché non diventano insistenti. Passiamo parecchio tempo a guardarli e a tenere d’occhio quello che abbiamo in mano.

Dentro la Grande Sala del Buddha. Al Tōdai-ji entriamo nella grande sala e la dimensione del Buddha mi fa fermare appena oltre la soglia. In foto si vede la statua; dal vivo si sente anche lo spazio che la contiene. Mi prendo qualche minuto prima di tornare nel movimento del parco.

Le lanterne del Kasuga Taisha. Lungo il percorso verso Kasuga Taisha vediamo lanterne di pietra fra gli alberi, poi altre sugli edifici del santuario. Il rosso e il verde sono bellissimi, ma mi piace soprattutto arrivarci camminando: il luogo si costruisce poco a poco, prima ancora di entrare.

La sera a Kyoto. Arriviamo a Kyoto dopo una giornata piena. La parola “tradizionale” mi viene subito in mente, poi mi ricordo quante volte il Giappone ci ha già smentiti quando pensavamo di aver capito una città al primo sguardo. Per stasera ci sistemiamo; domani cominciamo a conoscerla.

Giorno 11

La foresta di Arashiyama è piena di visitatori, ma il bambù resta bello da attraversare. Saliamo dalle scimmie di Iwatayama, vediamo il Kinkaku-ji riflettersi nell’acqua e finiamo nei giardini della Katsura Imperial Villa. A Nijō ci fermiamo solo fuori.

Bambù e molta gente. Ad Arashiyama i bambù salgono altissimi e si muovono nel vento. Ci sono anche molti visitatori: non riesco certo a fingere una passeggiata solitaria nella foresta. Se smetto di cercare una foto senza persone, però, riesco a guardare meglio la luce tra i fusti.

La salita alle scimmie. Per raggiungere l’Iwatayama Monkey Park saliamo sulla collina. Le scimmie sono il motivo dichiarato, ma mi piace anche vedere Kyoto dall’alto. Le osserviamo a distanza mentre si inseguono e si contendono l’attenzione; dopo i cervi di Nara abbiamo imparato che gli animali non sono comparse in posa per noi.

Il Padiglione d’Oro. Al Kinkaku-ji il padiglione dorato si riflette nello stagno esattamente come nelle fotografie. Lo so, è una delle immagini più famose di Kyoto, e proprio per questo ero curiosa di capire se dal vivo mi avrebbe detto qualcosa. Sì: cambia con la luce e con il punto da cui lo guardiamo, nonostante la folla.

Nijō, visto da fuori. Passiamo davanti al castello Nijō ma non entriamo. Ne vediamo le mura e l’ingresso, abbastanza per capire che meriterebbe una visita vera, non abbastanza per raccontare di averlo conosciuto. Lo lascio fra le cose da fare se torneremo a Kyoto.

桂離宮

I giardini di Katsura

Alla Katsura Imperial Villa il percorso intorno al lago continua a offrire punti di vista diversi. Case da tè, sentieri e alberi sembrano collocati per guidare lo sguardo, ma io mi diverto soprattutto a scoprire cosa appare dopo una curva. Dopo tante tappe celebri, questa è la parte più tranquilla che porto via dalla giornata.

Giorno 12

Da Kiyomizu-dera al Sentiero del Filosofo, continuiamo a spostarci fra quartieri, santuari e templi. È una giornata bellissima e affollata anche nel nostro programma. Eikandō è il luogo in cui vorrei smettere di correre: per me resta il tempio più bello del viaggio.

Kiyomizu-dera dall’alto. A Kiyomizu-dera guardiamo Kyoto dalla terrazza in legno, insieme a moltissime altre persone. Mi fermo comunque: la vista vale la folla. La giornata sarà lunga e forse è il momento in cui avrei dovuto decidere di vedere meno, ma per ora abbiamo ancora voglia di continuare.

Le strade di Gion. Attraversiamo Gion tra case in legno e lanterne. Non incontriamo nessuno dei personaggi che le guide invitano a cercare, e va bene così. Mi interessa più camminare nel quartiere e guardare i dettagli degli edifici che trasformare la passeggiata in una caccia a una fotografia.

Una sosta al Kōdai-ji. Al Kōdai-ji entriamo in spazi più raccolti, dopo le strade affollate. Il giardino è piacevole e per qualche minuto rallentiamo. Kyoto oggi ci sta offrendo troppo da vedere; questo tempio mi ricorda che fermarsi fa parte della visita.

Yasaka, in mezzo alla città. Al Yasaka Shrine il passaggio di persone non si interrompe mai. Il rosso degli edifici spicca fra il verde e il quartiere di Gion sembra continuare dentro il santuario. Mi piace questo modo in cui un luogo religioso fa parte della vita della città, senza stare dietro a un confine netto.

Gli spazi aperti di Heian. All’Heian Jingū trovo cortili e giardini più ampi rispetto alle soste precedenti. Dopo tante strade strette e ingressi, lo spazio mi fa respirare. La giornata resta piena, ma qui almeno possiamo allungare il passo senza urtare continuamente qualcuno.

L’acquedotto al Nanzen-ji. Al Nanzen-ji vediamo soprattutto l’esterno e il grande acquedotto di mattoni. In mezzo a un complesso buddhista mi sembra quasi di ritrovare un pezzo di Roma, anche se siamo a Kyoto. È una di quelle immagini che ricordo subito, senza dover cercare quale tempio fosse nelle fotografie.

Eikandō, il mio preferito. Eikandō è il luogo in cui vorrei rallentare davvero. Tolgo le scarpe e passo fra corridoi di legno, stanze decorate, colonne colorate e giardini. Ogni ambiente porta al successivo senza che mi venga voglia di controllare la mappa. Se devo scegliere un tempio da ricordare di questo viaggio, è questo.

Il Padiglione d’Argento e il sentiero. Al Ginkaku-ji guardiamo il giardino e il padiglione che, nonostante il nome, d’argento non è. Poi camminiamo lungo il Sentiero del Filosofo. A fine giornata le gambe iniziano a protestare, ma quel tratto vicino al canale ci permette almeno di chiudere senza un altro ingresso da rispettare.

Giorno 13

A Fushimi Inari i primi passaggi sotto i torii sono affollati; più avanti il sentiero si svuota. Visitiamo anche il Palazzo Imperiale e il Chion-in. La giornata finisce con una cerimonia del tè, che mi chiede una cosa rara in questo viaggio: restare ferma e prestare attenzione.

Andare oltre i primi torii. Fushimi Inari era uno dei luoghi che aspettavo di più. All’inizio ci sono così tante persone che rischio di vedere soltanto la folla; continuiamo a salire e il percorso si fa più tranquillo. Mi piace sentire che il santuario non finisce nella prima fotografia sotto gli archi rossi.

Il Palazzo Imperiale di Kyoto. Al Palazzo Imperiale attraversiamo spazi ampi, edifici e giardini più solenni dei templi visti in mattinata. Mi interessa pensare a Kyoto anche come città della corte, non soltanto come collezione di santuari. È un altro pezzo della sua storia, molto diverso dal sentiero sul monte.

Le dimensioni del Chion-in. Il Chion-in ci sorprende per le dimensioni. All’interno guardiamo le pareti decorate e proviamo a non correre da una stanza all’altra. Dopo giorni di visite, rischio di chiamare tutto “bellissimo” e non ricordare niente; qui mi fermo su alcuni dettagli invece di cercare una descrizione totale.

Una cerimonia del tè. Durante la cerimonia del tè seguo gesti precisi e lenti. Mi accorgo di quanto io abbia accelerato per tutto il viaggio, passando da un luogo al successivo. Qui non posso farlo: devo stare seduta, guardare e poi bere. È una pausa che arriva al momento giusto, più che una lezione da ripetere a memoria.

Giorno 14

Pioggia e nebbia cancellano la vista sul Fuji che speravamo di avere. Camminiamo fino al santuario di Hakone, ci ripariamo a pranzo in un ristorante taiwanese e un pasticcere ci aiuta in una giornata complicata. Il ryokan della sera ci fa pensare a Shining: non era nel programma, ma ce lo ricorderemo.

Il santuario nella pioggia. A Hakone piove e del Fuji non si vede niente. Andiamo comunque al santuario nel bosco, fra alberi bagnati e nebbia. È bello, ma non faccio finta che il meteo non mi dispiaccia: avevo sperato in un’altra giornata. Camminare qui, però, è molto meglio che aspettare in camera che smetta.

Pranzo taiwanese per ripararci. Ci fermiamo in un ristorante taiwanese, una scelta poco prevedibile per il nostro programma giapponese. Con la pioggia fuori, sedersi a tavola è già un sollievo. Mi piace che il viaggio continui a scegliere i pasti per noi invece di seguire un elenco di cose “tipiche” da provare.

Il proprietario della pasticceria. Durante una giornata in cui le cose non filano lisce, il proprietario di una pasticceria ci dà una mano con molta gentilezza. Non ho bisogno di trasformarlo nel simbolo di un intero Paese. Mi basta ricordare che una persona si è fermata ad aiutarci proprio quando ne avevamo bisogno.

Il ryokan “da Shining”. Il ryokan della sera ha corridoi silenziosi e un arredamento che ci fa pensare all’hotel di Shining. Forse è soltanto la stanchezza, forse la pioggia ha fatto la sua parte; fatto sta che continuiamo a scherzarci sopra. Dopo tanti alloggi diversi, questo riesce a essere memorabile per un motivo non previsto dalla brochure.

Giorno 15

Dal lago Ashi compare finalmente la cima innevata del Fuji. Facciamo una breve crociera e saliamo con la funivia verso Ōwakudani, dove assaggiamo un uovo nero. Poi torniamo a Tokyo: Palazzo Imperiale, Odaiba e teamLab nello stesso giorno. Ancora una volta riempiamo ogni ora disponibile.

La cima del Fuji dal lago Ashi. Dopo la nebbia di ieri, dal lago Ashi vediamo finalmente la cima innevata del Fuji. Non è la vista completa che avevamo immaginato, e forse proprio per questo mi emoziona: abbiamo passato un giorno a cercarla senza riuscirci, e adesso appare per un momento.

Hakone vista dall’acqua. Facciamo una breve crociera sul lago. Le montagne circondano l’acqua e continuo a cercare con gli occhi il punto da cui era spuntato il Fuji. Non è una navigazione lunga, ma ci concede di vedere Hakone senza correre lungo un sentiero.

Funivia, vapore e uova nere. La funivia ci porta sopra l’area vulcanica di Ōwakudani. Dal terreno sale vapore e il paesaggio cambia ancora. Assaggiamo il famoso uovo nero: una di quelle curiosità che sembrano inventate per i turisti e che, naturalmente, mi viene voglia di provare lo stesso.

Di nuovo nel centro di Tokyo. Rientriamo a Tokyo e passiamo dal Palazzo Imperiale. Dopo il bosco bagnato di Hakone e la funivia, il centro della capitale mi sembra quasi un altro viaggio. Non ci fermiamo a lungo: oggi abbiamo deciso di infilare ancora molte cose nel pomeriggio.

La baia di Odaiba. A Odaiba la città si apre verso l’acqua. Vediamo il Rainbow Bridge e una Statua della Libertà che mi fa sorridere per quanto sia inattesa qui. La luce cambia mentre arrivano le ore della sera, e per un po’ guardiamo Tokyo da fuori invece di restare dentro le sue strade.

Entrare nelle immagini di teamLab. A teamLab non guardiamo opere appese a una parete: ci muoviamo fra luci, riflessi e spazi che cambiano mentre li attraversiamo. Dopo templi, giardini e paesaggi naturali, questa serata è un salto brusco ma divertente. Mi piace che il viaggio non abbia cercato di essere coerente a tutti i costi.

Giorno 16

Oggi lasciamo da parte templi e treni per Tokyo DisneySea. Proviamo Journey to the Center of the Earth, Tower of Terror, 20,000 Leagues Under the Sea e Indiana Jones, fra un’attesa e l’altra. Sulle gondole veneziane, dopo essere partiti proprio da Venezia, il giro del mondo ci sembra per un momento una battuta privata.

Al centro della Terra. Journey to the Center of the Earth è fra le attrazioni che ricordo meglio. Mi piace come costruisce un mondo sotto la superficie prima ancora che inizi la parte più veloce. Proviamo anche 20,000 Leagues Under the Sea e Indiana Jones, ma non voglio trasformare questa giornata in una scheda per ogni giostra: mi restano soprattutto il divertimento e la cura delle scenografie.

Un altro hotel inquietante. Alla Tower of Terror ritroviamo un albergo abbandonato e un’atmosfera da film horror. Dopo il ryokan di Hakone, il collegamento è troppo facile per non scherzarci sopra. Questa volta almeno sappiamo che la paura fa parte dell’attrazione.

Venezia dall’altra parte del mondo. Saliamo sulle gondole veneziane di DisneySea. Siamo partiti da Venezia per venire fin qui e adesso ne attraversiamo una versione ricostruita in Giappone. È un momento un po’ assurdo e molto divertente: riconosciamo dettagli familiari in un posto che non potrebbe essere più lontano da casa.

Giorno 17

Guardiamo Tokyo dall’alto, passiamo da Shibuya PARCO e torniamo ad Akihabara in cerca di action figure. Poi il viale verde del Meiji Jingū ci dà un’ultima pausa. La città inizia a sembrarci meno impossibile da attraversare, proprio quando dobbiamo salutarla.

Tokyo non finisce all’orizzonte. Dal Palazzo del Governo Metropolitano guardiamo Tokyo dall’alto. Provo a riconoscere i quartieri che abbiamo attraversato, ma la città continua ben oltre i punti che so nominare. Dopo più di due settimane qui e altrove, mi sembra ancora enorme. È una sensazione che voglio conservare.

A caccia di action figure. Passiamo da Shibuya PARCO e poi torniamo ad Akihabara, dove saliamo fra piani pieni di personaggi, serie e collezioni. Cercare action figure diventa quasi un gioco di orientamento: ogni negozio promette qualcosa e poi apre su altri scaffali. Non sono sicura che riusciremo a scegliere in fretta, ma oggi non abbiamo bisogno di farlo.

Il viale del Meiji Jingū. Al Meiji Jingū il lungo viale nel verde abbassa gradualmente il volume della città. Non è una chiusura studiata, ma mi piace che uno degli ultimi luoghi del viaggio ci chieda di camminare senza negozi o schermi davanti. Poi, naturalmente, torneremo nella Tokyo di fuori.

Giorno 18

Siamo partiti con un itinerario forse troppo pieno e siamo tornati con la sensazione di aver visto moltissimo e ancora poco. Ricordo il proprietario della pasticceria che ci ha aiutati, il signore di ottantotto anni a Nikkō, le risate con Ale e Stefano, le camere minuscole, i bagni pubblici sorprendenti e i pasti improvvisati. La gentilezza per me ha i volti di questi incontri, non è uno slogan sul Paese. Ci sono anche il museo di Hiroshima, la pioggia di Hakone e le tappe a cui siamo arrivati tardi: fanno parte del viaggio quanto le giornate riuscite.

La rotta

Tutto il viaggio, in uno sguardo

72 luoghi collegati in ordine di visita.

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