Il caldo ci arriva addosso appena usciamo. A Ho Chi Minh City il primo giorno è fatto di traffico, facciate coperte dalle impalcature e quella sensazione di essere arrivati in un posto che va più veloce di noi. Restiamo in centro e cominciamo a prendere le misure alla città.
La cattedrale dietro le impalcature. La cattedrale è lì, ma il restauro se ne prende una buona parte. Non è la visita che avevo in mente: ci fermiamo fuori, cerchiamo di indovinare la facciata dietro le impalcature e poi torniamo a guardare la strada. Già al primo giorno il Vietnam mi ricorda che un programma sulla carta è una cosa, trovarsi davanti ai luoghi un’altra.
Il Palazzo dell’Indipendenza, da fuori. Passiamo davanti al Palazzo dell’Indipendenza senza entrare. Sapere che qui si è chiusa una parte decisiva della guerra rende strano limitarsi a una sosta davanti al cancello. Lo metto tra i posti a cui avrei voluto dedicare più tempo; per oggi ci resta l’immagine di un edificio storico nel mezzo della città che corre.
Una pausa all’ufficio postale. All’ufficio postale centrale finalmente entriamo. Dentro è grande, luminoso, pieno di persone che fanno foto, comprano cartoline o aspettano allo sportello. Mi piace proprio questo: non è un monumento tenuto sotto vetro. Continua a essere un ufficio postale, mentre noi lo attraversiamo con gli occhi dei nuovi arrivati.
Da Ho Chi Minh City a Ben Tre cambia tutto, anche il volume. Seguiamo i canali in barca, ci fermiamo tra case e piccole produzioni locali e assaggiamo qualcosa che probabilmente non avrei ordinato da sola: lo snake wine. È una giornata da ricordare per i gesti minuti, non per un panorama grandioso.
Ben Tre, dopo Saigon. Il giorno prima eravamo circondati dai motorini; qui l’acqua entra dappertutto nel paesaggio. Tra le palme compaiono case e piccoli laboratori, e mi accorgo che continuo a cercare il rumore della città anche se non c’è. Ben Tre mi piace per questo cambio brusco di ritmo, prima ancora che per le tappe dell’escursione.
In barca tra i canali. Saliamo su una barca a remi e passiamo lungo un canale così stretto che la vegetazione sembra chiudersi sopra di noi. Si procede piano, senza molto altro da fare che guardare. È una delle poche volte del viaggio in cui non sento il bisogno di aggiungere una spiegazione al posto: basta il rumore dei remi nell’acqua.
Miele, scope e carta di riso
Le soste nelle case e nei laboratori ci mostrano cose molto concrete: il miele, le scope, i fogli sottilissimi di carta di riso. Mi interessa osservare le mani di chi lavora, la velocità con cui ripete gesti che per noi sarebbero tutt’altro che facili. È la parte dell’escursione che mi riporta dalle fotografie alla vita di tutti i giorni.
E poi lo snake wine. A Ben Tre assaggiamo anche lo snake wine. Non è il genere di cosa che avrei cercato sul menu, e forse proprio per questo è rimasto tra i ricordi della giornata. Mi incuriosisce più l’idea di averlo provato che la voglia di ripeterlo. Il Delta, a quanto pare, sa spiazzarmi anche a tavola.
Il Museo dei residuati bellici è la visita che pesa di più in questi primi giorni. Fuori, intanto, Saigon continua a correre e noi dobbiamo ancora imparare ad attraversarla. Nel pomeriggio prendiamo il volo per Huế, con la testa già altrove ma le immagini del museo ancora addosso.
Al War Remnants Museum. Entro pensando di conoscere almeno per sommi capi la storia della guerra. Le fotografie e i documenti mi fanno capire quanto sia diverso leggere una data e guardare in faccia le persone che quella guerra l’hanno subita. Non è un posto da “fare” in fretta prima della tappa successiva. Usciamo con poca voglia di parlare, e mi sembra giusto così.
Come si attraversa questa strada?. Appena fuori torniamo alla lezione pratica di Saigon: attraversare. I motorini riempiono ogni spazio e aspettare che la strada sia vuota non serve a niente, perché non succede. Ci proviamo con un passo regolare, senza scatti, lasciando che ci passino intorno. Ammetto che le prime volte mi viene voglia di fermarmi a metà.
Da Saigon a Huế. Nel corso della giornata prendiamo l’aereo per Huế. Mi colpisce quanto rapidamente si possa cambiare scenario in un viaggio così lungo: poche ore prima siamo nel traffico e nel caldo della città, poi abbiamo davanti una tappa costruita intorno alla storia degli imperatori. La giornata però non si chiude davvero quando saliamo a bordo; il museo continua a tornarmi in mente.
Con una guida attraversiamo la città imperiale e ci fermiamo alla pagoda Thiên Mụ. Poi andiamo a Thủy Biều, dove la giornata diventa più semplice e manuale: pranzo, bicicletta, artigiani e un corso di cucina. Alla fine mi restano in testa tanto i cortili della cittadella quanto i nostri involtini primavera non proprio perfetti.
Dentro la città imperiale
La guida ci accompagna attraverso porte, cortili e giardini della cittadella di Huế. Senza qualcuno che ci aiuti a leggere ciò che vediamo, credo mi sarei persa buona parte della storia degli ultimi imperatori. Alcune zone portano ancora i segni della guerra: non tutto è stato ricostruito, e per me anche quei vuoti fanno parte della visita.
La casa dell’ultimo imperatore. Nella residenza legata all’ultimo imperatore il gusto francese compare nelle stanze e nelle fotografie. Mi incuriosisce la storia della moglie che chiese al marito di rinunciare alla poligamia: è un dettaglio molto umano in mezzo a nomi, dinastie e date. Per un momento la famiglia reale smette di sembrare soltanto una pagina di storia.
La pagoda sul Fiume dei Profumi. Dopo gli spazi enormi della cittadella, alla Thiên Mụ mi viene naturale rallentare. Ci fermiamo a guardare gli edifici e il fiume, senza inseguire un’altra sala o un’altra spiegazione. È una pausa breve, ma la ricordo bene proprio perché arriva dopo una mattina così piena.
Pranzo a Thủy Biều. A Thủy Biều ci sediamo a pranzo lontano dal movimento del centro. Dopo la mattina imperiale, mangiare in un ambiente più tranquillo rimette la giornata a misura di persona. Mi piace che Huế non sia soltanto palazzi e monumenti: basta spostarsi un po’ per ritrovarsi tra case, verde e tavola apparecchiata.
In bicicletta tra le botteghe. Attraversiamo il villaggio in bicicletta e ci fermiamo a vedere lavori che conosco quasi solo come prodotti finiti: la pittura su seta, i bastoncini d’incenso. Quando si è in viaggio si rischia di comprare qualcosa e basta; qui almeno vediamo parte del tempo e della precisione necessari per farlo.
I nostri involtini primavera. Chiudiamo la giornata cucinando involtini primavera e caramelle al sesamo. Guardare fare sembra sempre facilissimo; provarci è un’altra storia. I nostri involtini non hanno certo l’aria impeccabile di quelli preparati da chi ci insegna, ma mi diverto molto più a farli che ad ascoltare l’ennesima spiegazione su un piatto già pronto.
Dal finestrino del treno scorrono costa e campagna. Ci fermiamo a Đà Nẵng, poi arriviamo a Hội An: visitiamo il centro, proviamo a costruire una lanterna e saliamo in barca al tramonto. Qui le lanterne ci sono davvero ovunque, ma il momento che preferisco è quello in cui ne facciamo una, con tutte le nostre esitazioni.
Il Dragon Bridge. A Đà Nẵng il ponte a forma di drago è impossibile da ignorare. Sappiamo che il sabato sera sputa fuoco e che attira molta gente; già da fermo ha qualcosa di sfacciato, molto diverso dalle architetture viste a Huế. Mi diverte che, dopo una mattina passata a guardare paesaggi dal treno, la città ci accolga con un drago giallo gigante.
A piedi nella città vecchia. A Hội An lasciamo le strade più grandi e cominciamo a camminare tra facciate colorate, botteghe e lanterne. Entriamo in una sala cinese, in una vecchia casa mercantile e passiamo dal ponte coperto giapponese. È una città che sa di essere bella e fotografata; nonostante questo, mi viene voglia di girarla senza una meta precisa.
Costruire una lanterna. Nel laboratorio scopriamo che far venire dritta una lanterna richiede molta più pazienza di quanta immaginassi. Da fuori sembrano tutte così leggere e perfette. Noi invece dobbiamo concentrarci su ogni passaggio. Portarne via una fatta con le nostre mani mi dà una soddisfazione diversa da comprarla già pronta in una bottega.
Una lanterna sul fiume
La sera saliamo su una barca e affidiamo una piccola lanterna di carta alla corrente. Intorno a noi si accendono le luci lungo il fiume. È una scena molto turistica, certo, ma quando la nostra lanterna comincia ad allontanarsi smetto per un attimo di pensare a tutte le altre barche. Mi basta seguirla con gli occhi finché la distinguo.
Dedichiamo la giornata ai templi Cham di Mỹ Sơn. Mi interessa guardare da vicino dove finisce il mattone antico e dove comincia la ricostruzione. Il sito non è intatto, e proprio per questo racconta una storia più complicata di una semplice visita alle rovine.
Fra i templi di Mỹ Sơn
A Mỹ Sơn camminiamo tra edifici in mattoni rossi, decorazioni induiste e parti ricostruite. In alcuni punti cerco di capire quali superfici hanno attraversato i secoli e quali sono state rimesse insieme dopo le distruzioni. Non sempre ci riesco. È un sito che non nasconde le proprie ferite, e a me sembra più interessante così che se provasse ad apparire perfetto.
Prima la Lady Buddha affacciata sul mare, poi le Marble Mountains, dove si sale e si scende continuamente tra templi e grotte. Le scimmie della Linh Ứng ci fanno sorridere, purché si tenga d’occhio quello che si ha in mano. Le grotte, invece, sono la parte che mi sorprende di più.
La Lady Buddha e le scimmie
La statua della Lady Buddha si vede già da lontano. Una volta arrivati, però, sono anche le scimmie a catturare la nostra attenzione: si muovono intorno al complesso e sembrano sapere benissimo dove i visitatori tengono cibo e oggetti. Le guardiamo divertiti, ma senza dimenticarci di stringere le nostre cose.
Dentro le Marble Mountains. Alle Marble Mountains ogni scala sembra portare a un posto diverso. Si entra in una grotta, si sbuca davanti a un tempio, poi si risale ancora. Nella Âm Phủ Cave la luce cambia e l’ambiente diventa più cupo; ci sono anche pipistrelli. È uno di quei luoghi che sulla mappa sembrano una sola tappa, ma mentre li percorri continuano ad aprirsi.
Avevamo messo in programma qualche giorno di mare a Bình Minh. La pioggia decide subito di avere un’idea diversa. Il primo giorno cerchiamo ancora di immaginare che passi in fretta; intanto il mare resta soprattutto qualcosa da guardare.
Il mare che aspetta. Arriviamo a Bình Minh con in testa una pausa sulla spiaggia, ma il maltempo cambia i piani. Guardo il mare e continuo a sperare che si apra uno spiraglio. Viaggiare significa anche questo, anche se sul momento non mi consola molto: una tappa pensata per stare fuori che diventa una giornata da passare aspettando il tempo.
Il secondo giorno a Bình Minh non porta il cambio di tempo sperato. Ci rendiamo conto che la sosta al mare non sarà quella immaginata prima di partire. Nel diario voglio lasciarla qui, invece di saltare direttamente alla prossima città come se non fosse successa.
Cambiare programma, ancora. Anche oggi il maltempo condiziona la giornata al mare. All’inizio continuo a fare i conti con quello che avremmo potuto fare se fosse uscito il sole; poi smetto. Bình Minh non ci sta regalando la parentesi di spiaggia che avevamo previsto. Non è un grande aneddoto di viaggio, ma è una parte vera di queste due settimane.
Terzo giorno sulla costa, ancora segnato dalla pioggia. Domani si riparte per Hanoi. La delusione per la spiaggia mancata resta, ma anche la curiosità di rimetterci in movimento e vedere il nord.
Salutare Bình Minh. È l’ultimo dei giorni previsti a Bình Minh e il meteo non ci ha dato tregua. Avrei voluto raccontare bagni e tempo passato sulla sabbia; non è andata così. Mi dispiace, senza bisogno di trasformare la pioggia in una lezione di vita. Mettiamo via l’idea del mare e pensiamo alla tappa successiva: Hanoi.
Atterriamo nel nord e passiamo dal Museo di Etnologia alle strade del quartiere vecchio. Hanoi non mi lascia molto spazio per osservare da lontano: sui marciapiedi si mangia, si vende, si cucina e si parcheggiano motorini. La sera assistiamo allo spettacolo delle marionette sull’acqua.
Verso Hanoi. Dopo la costa e i giorni di pioggia, prendiamo il volo per Hanoi. Mi accorgo di avere voglia di una città da esplorare a piedi, anche se so che “a piedi” in Vietnam non significa sempre trovare un marciapiede libero. Dall’aeroporto in poi ricominciamo a orientarci in un posto nuovo.
Case su palafitte al museo
Al Museo di Etnologia ci fermiamo soprattutto davanti alle case tradizionali ricostruite. Gli oggetti nelle sale raccontano molto, ma vedere gli spazi in cui si viveva mi aiuta di più a immaginare le comunità delle regioni montuose. In alcune abitazioni gli animali stanno sotto e la famiglia al piano superiore: un dettaglio pratico che mi resta impresso.
Il quartiere vecchio, metro per metro. Nel quartiere vecchio non so mai dove guardare prima. Su un marciapiede c’è chi taglia verdure, poco più in là chi lava piatti, poi arrivano tavolini bassi, merci, gabbie con uccellini e motorini ovunque. È rumoroso e a tratti faticoso da attraversare, ma è anche il posto in cui mi fermo più spesso a osservare la vita della città.
Le marionette sull’acqua. La sera andiamo a vedere le marionette sull’acqua. Seguono draghi, fenici e la tartaruga della leggenda della spada restituita, accompagnati dalla musica. Dopo ore passate nel rumore delle strade, mi diverte ritrovare storie tradizionali raccontate così: figure che sembrano muoversi da sole sulla superficie dell’acqua.
Saliamo sulla Victory Star e finalmente vediamo le isole calcaree della Baia di Hạ Long. La vista è straordinaria, ma non siamo soli a cercarla: le barche sono tante e nella grotta Sung Sot bisogna seguire il flusso delle persone. La sera a bordo c’è anche la pesca dei calamari.
Dal ponte della nave. Dalla Victory Star le rocce spuntano dall’acqua una dietro l’altra e continuo a uscire sul ponte per guardarle. Capisco perché la baia sia così famosa. Vedo anche quante altre imbarcazioni fanno il nostro stesso giro: non siamo certo arrivati in un angolo segreto. Le due cose, la bellezza del posto e la folla, restano insieme per tutta la giornata.
La grotta Sung Sot
Sung Sot è grande davvero; alcune sale fanno alzare lo sguardo appena ci si entra. Vorrei fermarmi un po’ di più davanti alle formazioni della roccia, ma il percorso è pieno di persone e si procede quasi sempre con il gruppo. Esco contenta di averla vista e insieme un po’ frustrata dal poco tempo per guardarla con calma.
A pesca di calamari. La sera sulla nave proviamo anche la pesca dei calamari. Dopo una giornata di paesaggi enormi e grotte piene di gente, mi piace ritrovarmi a fare qualcosa di piccolo, ferma sull’acqua. Non è il momento più spettacolare della baia, ma è uno di quelli che la rende una notte vissuta a bordo e non soltanto una crociera da fotografare.
Partiamo presto in kayak per Luon Cave e per qualche minuto il posto è quasi tutto nostro. Vediamo anche delle scimmie tra gli alberi. Poi torniamo verso Hanoi e la sera finiamo a un concerto V-Pop: un cambio di volume che non potrei inventare meglio.
In kayak a Luon Cave. Entriamo a Luon Cave tra i primi. Il kayak scivola piano, le pareti di roccia sono vicine e tra gli alberi compaiono alcune scimmie. Le osserviamo da lontano, cercando di non rompere quel silenzio. Sapere che di lì a poco arriveranno altri gruppi rende questi minuti ancora più preziosi.
Dalla baia di nuovo a Hanoi. Lasciamo Hạ Long e nel giro di poche ore siamo di nuovo tra i clacson di Hanoi. Mi sembra quasi assurdo che il kayak della mattina e il traffico della sera appartengano alla stessa giornata. La baia resta addosso, ma la città non ci dà molto tempo per restare in modalità contemplativa.
Una sera di V-Pop. Finire a un concerto V-Pop dopo aver pagaiato in silenzio al mattino è una svolta che mi fa ridere. Non conosco tutte le canzoni, ma il pubblico sì, e l’energia arriva lo stesso. Tra luci e musica ci ritroviamo a vivere una Hanoi contemporanea, lontana dai templi che avevamo in programma per il giorno dopo.
Prima del volo serale proviamo a tenere insieme una città impossibile da esaurire in poche ore: il Tempio della Letteratura, i laghi, la pagoda Trấn Quốc, il complesso di Ho Chi Minh, la prigione Hoa Lo e la cattedrale. C’è anche una nota meno piacevole, l’acqua sporca e i pesci morti a West Lake. Partiamo con immagini molto diverse fra loro.
Le tartarughe del Tempio della Letteratura. Nel Tempio della Letteratura camminiamo tra cortili molto più quieti delle strade intorno. Mi fermo sulle stele con i nomi degli antichi laureati, appoggiate a tartarughe di pietra. È un dettaglio che rende concreta la storia della prima università vietnamita: nomi di persone che qualcuno ha voluto conservare qui per secoli.
West Lake, anche la parte brutta. A West Lake il panorama non riesce a nascondere l’acqua inquinata. Vediamo anche pesci morti vicino alla riva. È un’immagine spiacevole, ma non voglio cancellarla dal ricordo della città perché rovina la cartolina. Hanoi ci ha mostrato moltissima vita sui marciapiedi; qui ci mostra anche un problema difficile da ignorare.
La pagoda Trấn Quốc. Ci fermiamo alla pagoda Trấn Quốc, sul West Lake. Dopo l’immagine dei pesci morti il contrasto è forte: gli edifici rossi e l’atmosfera del complesso invitano a rallentare, ma non mi fanno dimenticare quello che abbiamo visto poco prima. Le due cose convivono nello stesso luogo.
Il complesso di Ho Chi Minh. Nell’area del mausoleo vediamo edifici molto diversi tra loro: il monumento, il palazzo governativo e l’abitazione più semplice legata a Ho Chi Minh. Mi interessa questa distanza fra la rappresentazione pubblica di un leader e gli spazi in cui viene raccontata la sua vita quotidiana. È una visita che richiederebbe più tempo di quello che ci resta.
Dentro la storia di Hoa Lo. Alla prigione Hoa Lo la storia cambia ancora prospettiva. Fu costruita dai francesi per i rivoluzionari vietnamiti e in seguito vi furono detenuti anche piloti americani. Dopo il museo della guerra a Saigon, torno a pensare a quanto sia facile parlare di “Vietnam” come fosse un’unica storia, quando i luoghi continuano a mostrarne pezzi diversi e dolorosi.
La cattedrale, prima di partire. La cattedrale di St. Joseph la vediamo solo dall’esterno. Intorno ci sono persone, locali, motorini: anche l’ultima facciata che fotografiamo è immersa nella vita della città. Non cerco di farci stare dentro una conclusione solenne. È un’ultima sosta prima di pensare al volo e a tutto quello che dobbiamo ancora mettere in valigia.
Un passaggio da Hoan Kiem. Passiamo anche da Hoan Kiem, il lago legato alla leggenda della spada restituita. Dopo aver visto la tartaruga danzare nello spettacolo delle marionette, ritrovare il lago reale mi fa sorridere. Hanoi continua a farci incontrare la stessa storia in forme diverse, tra il palcoscenico, l’acqua e le strade che gli girano intorno.
Il volo di rientro. La sera si parte. In due settimane abbiamo attraversato il Paese da sud a nord, ma mi accorgo che non penso a una classifica dei posti preferiti. Mi tornano in mente scene piccole: la strada che non riuscivo ad attraversare, gli involtini storti, la lanterna che si allontanava, i tre giorni in cui il mare è rimasto sotto la pioggia. Anche quelli fanno parte del viaggio.
