In città noto persone senza casa, vetrine e un waterfront pieno di vita. Mangiamo torte taiwanesi e poi ci lasciamo Auckland alle spalle per la foresta del Coromandel: dieci chilometri di sterrato, felci enormi, un kauri antico e i primi uccelli che non so ancora riconoscere.
Passeggiamo in centro e mi accorgo subito di quante persone senza fissa dimora ci siano.
Non è l’immagine con cui si apre di solito un diario sulla Nuova Zelanda, ma è una delle mie prime impressioni.
Auckland mi sembra multiculturale, viva in certi punti e più trascurata in altri; preferisco raccontarla così che chiamarla semplicemente “la porta d’ingresso al viaggio”.
Nel quartiere asiatico troviamo delle torte taiwanesi buonissime. È una sosta piccola, ma la ricordo meglio di molte facciate. Poi camminiamo sul waterfront, dove ci sono barche, locali e molta più gente che nelle strade interne. In poche ore Auckland mi presenta versioni molto diverse di sé, e mi piace che la prima giornata non sia tutta da cartolina.
Nel pomeriggio guidiamo verso il Coromandel Forest Park. Gli ultimi dieci chilometri sono sterrati, abbastanza da farci sentire lontani dalla città appena lasciata. Non siamo ancora al sentiero e già la strada fa parte dell’esperienza: si procede più piano, si guarda meglio fuori dal finestrino e ci si chiede se siamo sulla via giusta.
Sul Cookson Kauri Walk le felci sono così grandi che continuo a fermarmi per guardarle.
Incontriamo un kauri vecchio di secoli e il primo fantail del viaggio; sentiamo anche il canto del tūī, molto più vario di quanto mi aspettassi. La foresta mi dà davvero l’impressione di essere entrata in un mondo diverso, ma sono gli uccelli a renderla meno immobile e più viva.
