Il caldo ci arriva addosso appena usciamo.
A Ho Chi Minh City il primo giorno è fatto di traffico, facciate coperte dalle impalcature e quella sensazione di essere arrivati in un posto che va più veloce di noi. Restiamo in centro e cominciamo a prendere le misure alla città.
La cattedrale è lì, ma il restauro se ne prende una buona parte.
Non è la visita che avevo in mente: ci fermiamo fuori, cerchiamo di indovinare la facciata dietro le impalcature e poi torniamo a guardare la strada. Già al primo giorno il Vietnam mi ricorda che un programma sulla carta è una cosa, trovarsi davanti ai luoghi un’altra.
Passiamo davanti al Palazzo dell’Indipendenza senza entrare. Sapere che qui si è chiusa una parte decisiva della guerra rende strano limitarsi a una sosta davanti al cancello. Lo metto tra i posti a cui avrei voluto dedicare più tempo; per oggi ci resta l’immagine di un edificio storico nel mezzo della città che corre.
All’ufficio postale centrale finalmente entriamo.
Dentro è grande, luminoso, pieno di persone che fanno foto, comprano cartoline o aspettano allo sportello. Mi piace proprio questo: non è un monumento tenuto sotto vetro. Continua a essere un ufficio postale, mentre noi lo attraversiamo con gli occhi dei nuovi arrivati.
